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Reskilling: cosa vuol dire e come farlo

Il mondo del lavoro oggi cambia in modo talmente veloce da imporre una formazione continua dei lavoratori. Ecco tutto quello che c’è da sapere sul reskilling e le ultime tendenze



Il mondo del lavoro cambia in fretta. L’innovazione tecnologica ha accelerato la velocità con cui si modificano le competenze necessarie all’interno delle aziende, che faticano così a restare al passo coi cambiamenti in misura maggiore rispetto al passato. E l’ingresso di nuovo personale con nuove competenze non è detto che sia sufficiente a colmare queste lacune.

La pandemia da Covid-19 ha ulteriormente aumentato questa velocità: la diffusione dello smart working ha infatti accelerato il processo di remotizzazione del lavoro, costringendo imprese e lavoratori a misurarsi col cambiamento in anticipo rispetto alle previsioni più diffuse.

La gestione delle risorse umane è dunque diventata sempre più complessa e fondamentale per lo sviluppo delle imprese, che hanno la necessità impellente di investire ancora di più nella formazione aziendale, per consentire al personale già presente in azienda di acquisire nuove skills. Sia le cosiddette hard skills, le competenze tecniche e specifiche necessarie per lo svolgimento di un impiego, che le soft skills, le capacità relazionali e comunicative, che diventano particolarmente importanti quando alla forza lavoro viene richiesto di cambiare radicalmente compiti e conoscenze.

Una vera e propria rivoluzione industriale, insomma, capace di creare nuovi ruoli e pari a quelle già osservate in passato con l’introduzione di nuove tecniche. È proprio in questo contesto che si parla sempre più spesso di upskilling e di reskilling. Vediamo di cosa si tratta.

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Che differenza c’è tra upskilling e reskilling?

Vengono spesso usati come termini simili, ma in realtà upskilling e reskilling hanno significati diversi:

  • upskilling: questo termine indica il processo grazie al quale un lavoratore assume nuove conoscenze, aggiornando le proprie, all’interno del ruolo che già svolge. Si può fare l’esempio di un esperto fiscale, che studia le ultime norme varate dal governo, o quello di un programmatore di software, che impara a usare l’ultimo aggiornamento di un linguaggio di programmazione;

  • reskilling, invece, indica il processo grazie al quale un lavoratore ottiene nuove competenze, grazie al quale cambierà radicalmente il proprio lavoro o potrà svolgere un lavoro diverso da quello attuale.

Per le aziende dunque diventa importante conoscere esattamente le competenze dei propri dipendenti, in modo da pianificare interventi di formazione interna che possano colmare le lacune individuate per restare competitive sul mercato.

Un mondo in cambiamento

Ci sono diversi studi che cercano di prevedere e tracciare l’entità del cambiamento imposto dalle nuove tecnologie.

Uno dei più citati è lo studio “The future of work” del World Economic Forum, che già nell’edizione 2018 prevedeva che entro il 2022 la “disruption” delle nuove tecnologie avrebbe portato al declino di circa 75 milioni di posti di lavoro nel mondo. Il bilancio risulta comunque positivo, perché sono invece 133 milioni i profili emergenti, che avrebbero così consentito di aumentare la forza lavoro complessiva, a patto però che fossero più diffuse competenze più in linea con le nuove esigenze.

Per questo, già nel 2018 si stimava che il 54% dei lavoratori dovesse andare incontro a un processo di reskilling.

Secondo un altro studio, elaborato da McKinsey, sono invece 375 milioni i lavoratori che entro il 2030 dovranno in qualche modo cambiare la propria categoria professionale, spinti soprattutto dalla trasformazione digitale imposta dalle nuove tecnologie.

L’accelerazione imposta dalla pandemia

Tutto questo è stato però travolto dalla pandemia, che ha accelerato e modificato in modo imprevisto il mercato del lavoro globale. Nell’edizione 2021 di “The future of work”, il WEF ha infatti aggiornato le sue stime, calcolando che entro il 2025 sono 85 milioni i posti di lavoro che potrebbero essere sostituiti a causa di uno cambiamento nella divisione del lavoro tra uomini e macchine, mentre potrebbero emergere 97 milioni di nuovi ruoli più adatti alla nuova divisione del lavoro tra esseri umani, macchine e algoritmi.

Il divario delle competenze continua però a restare elevato. In media, secondo il WEF, le aziende stimano che circa il 40% dei lavoratori avrà bisogno di una riqualificazione di sei mesi o meno e il 94% dei leader aziendali si aspetta che i dipendenti acquisiscano nuove competenze sul posto di lavoro, con un forte aumento rispetto al 65% nel 2018.

Le abilità più importanti che le aziende considerano sempre più importanti in vista del 2025 includono:

  • pensiero critico e l’analisi;

  • risoluzione dei problemi (problem solving);

  • apprendimento attivo;

  • resilienza;

  • tolleranza allo stress;

  • flessibilità.

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Quali sono i vantaggi del reskilling?

Ma quali sono i vantaggi concreti che un’azienda può trarre dall’investimento nel reskilling e nell’upskilling dei propri dipendenti? Le imprese che avviano processi di formazione continua interna:

  • riducono il divario digitale e diventano più competitive;

  • devono affrontare meno procedure di selezione del personale e nuove assunzioni, e quindi hanno bisogno di periodi di adattamento più brevi per i propri lavoratori;

  • stimolano una maggiore fidelizzazione del personale. I dipendenti così sanno infatti che l’azienda sta investendo su di loro per migliorare il loro profilo professionale;

  • migliorano la reputazione aziendale, perché puntano con decisione sulla formazione interna;

  • favoriscono la creazione di una cultura aziendale dinamica, che sa adattarsi a un ambiente in continua evoluzione.

Una volta le aziende rispondevano al bisogno di nuove competenze soprattutto rinnovando il proprio personale. I cambiamenti nel mondo del lavoro consentivano infatti ricambi più lenti, che potevano seguire il processo di turnover aziendale mano a mano che i lavoratori raggiungevano l’età della pensione.

Oggi non è più così, non si può più aspettare di aver introdotto stabilmente una nuova risorsa in azienda. I cambiamenti possono essere così veloci da imporre un aggiornamento continuo dei dipendenti, che devono essere così costantemente aggiornati. Da qui l’importanza di investire nel reskilling dei lavoratori.