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Gender gap: cos'è e quali soluzioni per risolverlo

La pandemia da Covid-19 ha provocato una frenata a livello globale nel processo di riduzione del divario di genere, il cosiddetto gender gap, che fotografa le differenze di condizioni in ambito sociale ed economico delle donne.

Secondo il World Economic Forum, infatti, il tempo necessario per arrivare a una vera parità di genere a livello globale è cresciuto a 135,6 anni, contro i 99,5 della rilevazione precedente, con l’Italia che sale al 63° posto, su 156 Paesi, ma resta comunque arretrata nella classifica.



Che cos’è il gender gap? E il salary gap?

Il gender gap è il divario di genere, cioè la differenza di condizioni e trattamento tra uomini e donne in vari campi della vita. Punta a misurare con dati certi la distanza che divide ancora i sessi in ambiti come l’educazione, il lavoro, la salute, l’accesso alle attività economiche e così via. Uno dei punti di riferimento è un rapporto che il World Economic Forum pubblica ogni anno con cui mette in fila gli stati sulla base di quattro indicatori: salute, economia, educazione e politica.

Altra cosa è il gender pay gap, o salary gap, cioè la differenza di retribuzione tra uomini e donne. Il Parlamento europeo, in particolare, lo definisce come:

“la differenza nella retribuzione oraria lorda media tra donne e uomini. Si basa sugli stipendi corrisposti direttamente ai dipendenti prima della detrazione delle imposte sul reddito e dei contributi previdenziali. Nel calcolo vengono prese in considerazione solo le aziende con dieci o più dipendenti. Il divario retributivo medio di genere dell'UE era del 14,1% nel 2019”.


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L’impatto della pandemia

A fotografare le distanze che ancora separano uomini e donne in tutto il mondo e soprattutto l’impatto della pandemia è, come detto, il “Global gender gap report 2021” del World Economic Forum. Il Covid-19 ha infatti aumentato le disparità tra i sessi, perché le donne sono impiegate in settori più colpiti dalle conseguenze economiche della pandemia e perché le maggiori necessità di cure familiari provocate dall’emergenza si sono scaricate soprattutto su di loro. E anche perché la pandemia ha interrotto alcuni progressi che si stavano comunque osservando.

La prima indicazione che emerge dal rapporto è che per chiudere il divario tra uomini e donne serviranno ancora 135,6 anni, se tutto continuerà a questo passo. Si tratta di un arretramento rispetto ai 99,5 anni ipotizzati nel rapporto precedente. Ancora più ampio il gender gap nel mondo del lavoro, visto che il WEF stima in 276,6 anni, fino all’anno 2288 quindi, il tempo necessario per chiudere le differenze.



Il posto dell’Italia

A guidare la classifica dei 156 Paesi ci sono molti stati del Nord Europa. Al primo posto ci sono infatti Islanda, Finlandia, Norvegia, Nuova Zelanda e Svezia. L’Italia resta indietro nella classifica, perché pur salendo dal 76esimo al 63esimo posto, rimane dietro a Perù o Bolivia e davanti di poco rispetto al Bangladesh.

Il nostro Paese è penalizzato soprattutto dalle differenze per occupazione e stipendi (114esimo posto) e salute (118esimo posto). Il punteggio dell’Italia è infatti 0,721 su una scala che va da zero a 1. Significa che le differenze in Italia sono state colmate per poco più del 70%, quasi 20 punti percentuali sotto al risultato dell'Islanda, che sta a 89,2%. Tra gli altri Paesi la Germania è 11esima nella graduatoria complessiva, la Spagna 14esima e la Francia 16esima.

Una distanza che si amplia ulteriormente prendendo in esame il campo lavorativo, dove lo stesso rapporto sottolinea che “ci sono 24 punti percentuali di distanza tra l’Islanda (84,6%) e l’Italia (61,9%), l’ultimo Paese classificato nell’Europa occidentale”

Il risultato migliore è quello registrato nell’educazione, visto che l’Italia è al 57esimo posto, ma con lo stesso punteggio che il nostro Paese ottenne anche nel 2006. E altro buon risultato nella politica, con l’Italia salita dal 72esimo posto del 2006 al 41esimo posto attuale.



Le donne in posizioni manageriali

Qualche segnale positivo viene indicato, nonostante l’anno della pandemia, dalla ricerca “Women in business” della società di consulenza Grant Thornton, secondo cui le donne ricoprono il 31% delle posizioni aziendali di comando, con una crescita di 2 punti percentuali in un anno. Non si tratta di un dato di poco conto, perché la soglia del 30% era indicata come quella minima per influire sulle scelte decisionali delle imprese.

A livello geografico è l’Africa a guidare la classifica, col 39% di posizioni, mentre per quanto riguarda i settori svettano sanità, istruzione e servizi sociali con il 39%, mentre l’industria e le attività petrolifere sono ultime col 26%.

Altri dati incoraggianti, a livello globale, arrivano dalle indicazioni sulle posizioni ricoperte dalle donne. Grant Thornton infatti registra un aumento del numero di donne CEO (26%, 6 punti in più), CFO (36%, +6) e COO (22%, +4). Mentre tra i ruoli senior più tradizionali la presenza femminile è scesa di due punti al 38%, una tendenza al ribasso che dura da due anni.

Il Covid, secondo questo studio, potrebbe paradossalmente aiutare le donne al lavoro, grazie al maggior utilizzo dello smart working: oltre due terzi degli imprenditori intervistati infatti (il 69%) si aspetta che il nuovo approccio possa favorire la crescita professionale delle donne, anche se ci sono molti dubbi sulle reali ricadute che un maggior utilizzo dello smart working può avere in particolare per le mamme lavoratrici.

Anche in Italia le donne in posizioni di leadership sono cresciute, dell’1% rispetto al 2020, diventando così il 29% del totale. Un progresso però che non consente al nostro Paese di uscire dalle retrovie dell’economia mondiale, visto che aumentano anche le imprese che non hanno donne nel management (sono il 23%, due punti in più).

Allo stesso modo le donne CEO sono scese dal 23% al 18% nel 2021: un dato sotto la media europea (21%) e al dato medio globale (26%).

Non aiuta il fatto che le donne sono anche meno presenti nello studio delle materie emergenti, che verranno sempre più richieste dalle aziende, come l’intelligenza artificiale, il cloud computing, l’analisi dei big data e le materie informatiche in generale.

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Quali le possibili soluzioni?

Sono diverse le azioni che possono essere intraprese per raggiungere una vera parità tra i sessi, la cosiddetta gender equality:

  • agire sulla cultura;

  • favorire la formazione tecnica e scientifica delle donne;

  • aumentare il ricorso a forme di lavoro flessibili, che favoriscano il ruolo di madri;

  • usare altri benefit, oltre allo stipendio, che possono riconoscere il ruolo importante delle donne;

  • adottare leggi che impongano le “quote rosa” nelle aziende, come fatto l’Italia con la legge “Golfo-Mosca”;

  • adottare leggi che riconoscano la parità salariale: recentemente Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha presentato una proposta di direttiva, che dovrà passare al vaglio del Parlamento europeo, per garantire la parità di retribuzione tra uomini e donne impiegati nello stesso lavoro.