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Diritto alla disconnessione: cosa dice la legge e come difendersi

Con la pandemia e l'aumento dell'attività in smart working è tornato di attualità il tema della divisione di tempo libero e vita professionale. Ma cosa prevede la legislazione? Come ci si può tutelare per non avere ripercussioni sul posto di lavoro? Ecco cosa dicono le leggi e le ultime tendenze

Gli orari fissi, il cartellino da timbrare in entrata e in uscita, il telefono che a una certa ora squilla a vuoto negli uffici. Tutto questo con l’avvento della mail e degli smartphone sembra far parte di un passato lontano per sempre mutato con l’avvento delle nuove tecnologie, che hanno sicuramente semplificato i compiti e ampliato le possibilità nell’attività lavorativa ma anche introdotto nuovi rischi e problemi, con ripercussioni negative sulla salute.

Uno dei problemi più sentiti è sicuramente il diritto alla disconnessione, ovvero la possibilità per il lavoratore di non essere reperibile al di fuori del normale orario di lavoro, un diritto fondamentale acquisito fino a qualche anno fa ma che cellulari iper-tecnologici e lavoro agile hanno rimesso in discussione. Soprattutto adesso che l’emergenza sanitaria ha costretto tutte le aziende a spingere ancora di più sull’uso degli strumenti digitali e sullo smart working.

Ecco quindi che diventa ancora più di attualità parlare di diritto alla disconnessione, di divisione tra vita professionale e vita privata, di nuove forme di organizzazione del mondo del lavoro.

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Cos’è il diritto alla disconnessione?

Per diritto alla disconnessione si intende la facoltà per il lavoratore di non essere costantemente reperibile dal datore di lavoro, anche fuori dall’orario canonico. Può succedere infatti con le nuove tecnologie che messaggi, mail o altri sistemi possano raggiungere il dipendente o il collaboratore in qualsiasi luogo, magari mentre si cena con la famiglia o mentre si torna a casa dal lavoro.

In questi casi ci si trova di fronte a un dilemma: devo rispondere per dimostrare al mio capo che sono sempre attivo e disponibile oppure rimandare la risposta a quando tornerò in ufficio? Ma se non rispondo cosa comporterà questo per me?

E ancora: leggere questi messaggi non è già di per sé un’interruzione dei tempi di riposo? La testa che frulla pensando ai compiti del giorno dopo non rischia di avere ripercussioni alla lunga sulla mia salute, col rischio concreto di “burnout”, ovvero di un affaticamento da super-lavoro?

Una legge sulla disconnessione?

Viene da qui la necessità di una legge statale, di una norma che consenta al lavoratore di non subire l’insistenza dei suoi superiori, senza avere per questo ricadute negative sulla propria attività. Ma una legge sulla disconnessione in Italia, per il momento, ancora non c’è.

L’unico accenno normativo alla disconnessione nel nostro Paese risale infatti alla legge 81 del 2017 che regola il lavoro agile, quando all’articolo 19 segnala che l’accordo tra il lavoratore e l’azienda deve prevedere anche “i tempi di riposo del lavoratore nonché le  misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro”.

La definizione di tempi e modi della disconnessione è assegnata dunque all’accordo, alla contrattazione aziendale, ma solo per chi decide di utilizzare il lavoro agile, la cui organizzazione, tra l’altro, è stata modificata dai provvedimenti del governo in tempi di pandemia, come abbiamo già scritto qui.

I primi passi

Nel resto d’Europa uno dei primi Paesi a cercare di regolare tramite legge il diritto alla disconnessione è stata la Francia, che nel 2016 con la “Loi du travail” ha espressamente indicato alle aziende con più di 50 dipendenti che il dipendente ha il diritto a disconnettersi al di fuori dell’orario di lavoro, ovvero nel suo tempo libero. In altri Paesi, come la Germania, sono state invece le imprese più grandi e strutturate a regolare il fenomeno con accordi sindacali, come già nel 2010 Deutsche Telekom e Volkswagen.

E la stessa cosa è avvenuta, in assenza di norme specifiche, anche in Italia, con alcuni interventi nella contrattazione collettiva, in particolare nel settore bancario, o con accordi aziendali. Aziende come Cattolica, Unicredit o Findomestic hanno infatti adottato regolamenti aziendali che limitano le comunicazioni lavorative all’interno dell’orario di lavoro. Ma altri accordi simili sono stati adottati fin dal 2014 anche da imprese come Intesa Sanpaolo, dal 2015 Fastweb, Windtre nel 2016, come spiega questo articolo del Sole 24 Ore.

Diritto alla disconnessione e smart working

Tutto questo, come detto, è diventato ancora più urgente e sentito a causa dell’emergenza sanitaria da Covid-19, che ha costretto milioni di lavoratori a fare i conti con lo smart working.

Alcune ricerche recenti di Eurofound, la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, hanno infatti dimostrato che con la pandemia i lavoratori costretti in smart working hanno avuto molte più difficoltà a dividere vita privata e professionale. Le persone hanno lavorato spesso più ore di prima e anche durante il proprio tempo libero: problema che ha riguardato il 27% dei lavoratori.

Secondo la stessa ricerca le persone che lavorano abitualmente da casa hanno più del doppio delle probabilità di lavorare oltre le 48 ore settimanali massime previste e di riposare meno delle 11 ore previste fra un giorno lavorativo e l'altro.

Sullo stesso tema è del resto già intervenuto anche il Garante per la privacy durante un’audizione del maggio 2020 in Senato, dedicata alle ricadute della pandemia sulle condizioni di lavoro. “Va inoltre assicurato, in modo più netto di quanto già previsto - ha spiegato - anche quel diritto alla disconnessione, senza cui si rischia di vanificare la necessaria distinzione tra spazi di vita privata e attività lavorativa, annullando così alcune tra le più antiche conquiste raggiunte per il lavoro tradizionale”.

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Si muove anche l’Europa

Ancora più di recente è intervenuto anche il Parlamento europeo, che il 21 gennaio 2021 ha approvato una risoluzione espressamente dedicata al “Diritto alla disconnessione”, con cui si invitano la Commissione europea e gli Stati membri dell’Unione a prevedere al più presto norme che riconoscano il diritto alla disconnessione, per tutelare la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro.