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Come sta cambiando il mercato del lavoro con il Covid

​Le misure adottate per limitare la pandemia hanno provocato un crollo delle assunzioni e un boom della cassa integrazione, oltre alla diffusione dello smart working. Ma ci sono anche opportunità, soprattutto per figure legate al settore Green e Digital

L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha provocato una pandemia economica a livello globale. Anche il mercato del lavoro italiano ne ha risentito: le misure di contenimento della pandemia, l’incertezza e le difficoltà nei trasporti hanno modificato profondamente i piani delle aziende, anche per quanto riguarda la richiesta di personale.

Ma quali lavoratori hanno subìto le conseguenze maggiori? E quanto sarebbe stato pesante l'impatto del Covid-19 senza gli interventi messi in campo? Quanto ha significato in termini di reddito lo stop alle attività? Ma soprattutto: quali sono le competenze che le aziende cercheranno sempre più nei prossimi anni?

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Gli ultimi dati

Secondo l’ultima analisi diffusa a metà dicembre da Istat, Ministero del lavoro, Inps, Inail e Anpal, nel terzo trimestre 2020 l’occupazione ha dato qualche segnale di risveglio. Si tratta però di dati, è importante segnalarlo, che ancora non risentono degli effetti della seconda ondata della pandemia sulla forza lavoro.

Gli occupati nel terzo trimestre 2020 comunque, oltre 22,8 milioni di persone, sono cresciuti rispetto al trimestre precedente dello 0,2%, come conseguenza della riapertura delle attività non essenziali e della ripresa degli spostamenti. Ma il numero resta comunque inferiore rispetto allo stesso trimestre del 2019: -2,6%, con una perdita di 622mila occupati. Di pari passo aumenta anche il tasso di disoccupazione (al 9,8%, +0,9 punti in un anno).

I lavoratori più colpiti dalla crisi

Lo stesso bollettino indica chiaramente quali sono le categorie di lavoratori che hanno subìto maggiormente gli effetti della crisi in Italia: donne e giovani, che hanno rapporti di lavoro tradizionalmente meno protetti. Se infatti il numero degli uomini occupati rispetto al 2019 è diminuito del 2%, per le donne il calo arriva al 3,5%, con una perdita di 344mila occupate e un aumento del tasso di disoccupazione di 1,3 punti.

In secondo luogo è tra i giovani fra i 15 e i 34 anni che si registra il più forte calo dell’occupazione e del relativo tasso (-6% e -2,3 punti) associato al maggiore aumento della disoccupazione.

A diminuire nei luoghi di lavoro, anche per effetto del blocco dei licenziamenti e della cassa integrazione, sono soprattutto le forme di lavoro più precarie e il lavoro a tempo. Nel terzo trimestre 2020 il numero dei lavoratori in somministrazione subisce infatti un’ulteriore riduzione rispetto al 2019, scendendo a 358mila unità (-9,7% secondo i dati Inps-Uniemens). E cala, a 217mila unità, anche il numero dei lavoratori a chiamata o intermittenti (-17,5% sul 2019), nonostante il dato arrivi dopo la diminuzione ben più consistente del secondo trimestre del 2020 (-58,7%).

Uno shock senza precedenti

Se il numero degli occupati ha finora tenuto, con l’eccezione dei contratti precari e a tempo determinato, gli effetti della pandemia sono evidenti nell’esplosione senza precedenti dell’uso della cassa integrazione.

L’Inps tra gennaio e novembre ha autorizzato oltre 4 miliardi di ore tra cassa integrazione e fondo di solidarietà, con un aumento del 1.356% rispetto allo stesso periodo del 2019, quasi quattro volte tanto il precedente record del 2010. E il numero risulta imponente anche se si tiene conto che il tiraggio, cioè l’uso effettivo della “cassa” da parte delle imprese, viaggia a una media tra il 40 e il 50% delle ore autorizzate.

Il calo delle assunzioni

Sempre l’Inps sottolinea che nei primi nove mesi dell’anno le assunzioni nel settore privato sono state poco più di 3,8 milioni, con un calo del 34% rispetto allo stesso periodo del 2019, quando la domanda di lavoro era comunque debole. Di pari passo, però, crollano del 21% anche le cessazioni, circa 4 milioni, che scendono soprattutto per i contratti a tempo indeterminato e all’apprendistato (entrambe -33%).

600mila licenziamenti evitati?

I principali “vaccini” alla crisi economica, finora, sono dunque stati la cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti. Banca d’Italia, in uno studio pubblicato a metà novembre, stima che senza l’epidemia da Covid-19 nel 2020 ci sarebbero stati circa 500mila licenziamenti per motivi economici, come nel 2019. Bankitalia calcola che il Covid avrebbe potuto provocare 200mila licenziamenti aggiuntivi, con una crescita del 30%, portando il conto totale a circa 700mila uscite traumatiche dal lavoro.

Secondo l’istituto si può dunque stimare «che le misure di estensione della cassa integrazione, il sostegno alla liquidità delle imprese e il blocco dei licenziamenti abbiano impedito circa 600mila licenziamenti nel 2020. Di questi – continua Bankitalia – circa un terzo non si sarebbe probabilmente verificato, anche in assenza del blocco, grazie alle altre misure». Bankitalia suggerisce quindi un’uscita graduale dal blocco dei licenziamenti accompagnata dall’accesso garantito alla cassa integrazione, specie per i settori più in difficoltà.

Lo smart working e i lavori remotizzabili

A questi cambiamenti quantitativi si accompagnano però anche mutamenti qualitativi del lavoro. Uno degli aspetti più interessanti è lo sviluppo dello smart working, più propriamente lavoro da remoto o telelavoro. Secondo calcoli di Adapt, dalle 570mila persone che nell’ottobre 2019 lavoravano da remoto si sarebbe passati con la pandemia all’ordine di milioni di persone. Mentre secondo la Fondazione Studi dei consulenti del lavoro sarebbero più di 8 milioni i compiti che si presterebbero al lavoro da remoto, che diventano oltre 9,5 milioni secondo calcoli di EY.

Come cambia il mercato del lavoro globale

Sono tendenze che a livello globale coinvolgono milioni di persone. L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL, un’agenzia delle Nazioni Unite) nel suo ultimo studio, pubblicato a fine settembre, calcola che il 94% dei lavoratori mondiali vive in Paesi che hanno adottato misure di chiusure nel mondo del lavoro causa Covid, pur con differenze tra le diverse regioni.

Le ore di lavoro perse a causa delle chiusure nel secondo trimestre 2020 (rispetto alla fine del 2019) sono pari al 17,3%, che corrispondono a 495 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, una stima rivista al rialzo rispetto ai calcoli precedenti dell’OIL.

La riduzione delle ore lavorate ha provocato un’importante perdita di reddito per le persone coinvolte. Le stime dell’OIL (che non tengono però conto delle misure di sostegno al reddito) evidenziano una riduzione globale del 10,7% nei primi tre trimestri del 2020 rispetto al 2019, equivalente a 3.500 miliardi di dollari. Si tratta del 5,5% del Pil globale.

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Le nuove prospettive: eco & digital

Non tutto però è perduto, ovviamente. L'ultimo rapporto sulle previsioni occupazionali delle imprese fino al 2024, realizzato da Unioncamere e Anpal, prevede infatti un fabbisogno nei cinque anni dello studio di un numero di nuovi occupati compreso tra 1,9 e 2,7 milioni, fra dipendenti e autonomi. Se guardiamo ai gruppi professionali più richiesti, si scopre che sono le figure di qualifica medio-alta a pesare di più (circa il 45%), divise poi tra 603mila professioni specialistiche (23%) e 540mila professioni tecniche (21%).

Tra le nuove tendenze che stanno cambiando maggiormente il mercato del lavoro lo stesso report indica l'ecosostenibilità e la digitalizzazione, che nei prossimi anni assumeranno probabilmente ancora più peso. Si stima quindi che fino al 2024 le aziende chiederanno a circa 1,6 milioni di lavoratori di avere competenze green con un'importanza media, e con un'importanza elevata a 978mila lavoratori. E la richiesta riguarderà sia le professioni con elevata specializzazione e tecniche, così come impiegati, addetti ai servizi commerciali e turistici, addetti ai servizi alle persone, operai e artigiani.

Analogo discorso per le competenze digitali, come l'uso di Internet e di strumenti di comunicazione visiva e multimediale, che saranno di importanza intermedia per 1,5 milioni di nuovi occupati (il 56%) e di importanza elevata per circa 632mila occupati (il 24%).