VI parte del sondaggio: “Kelly Global Workforce Index”
I lavoratori italiani bocciano in condotta i propri capi
Kelly Services, multinazionale americana fondata nel 1946 a Detroit, è specializzata nel settore delle risorse umane ed opera in 38 paesi del mondo tra cui l’Italia. In seguito ai notevoli riscontri ottenuti negli anni passati, Kelly Services ha proseguito il progetto “Kelly Global Workforce Index” conducendo una nuova indagine internazionale dedicata alle opinioni dei lavoratori sul mondo del lavoro.
Il nuovo progetto ha coinvolto 33 dei paesi del mondo in cui è presente Kelly Services dando voce a più di 115.000 lavoratori, di cui 17.000 in Italia. Ancora una volta ad essere presi in esame sono stati i principali temi di attualità legati all’attuale mondo del lavoro, quali il processo di ricerca di un lavoro, la possibilità di un cambiamento di lavoro, la formazione, il rapporto tra salute e lavoro, la pensione ed il giudizio dei lavoratori sul management.
La sesta parte del nuovo sondaggio “Kelly Global Workforce Index” ha riguardato il grado di stima dei dipendenti verso il proprio management.
Per quanto riguarda la situazione italiana, lo studio evidenzia come il livello di fiducia di cui godono i dirigenti fosse già basso prima dello scoppio della recente crisi globale dei mercati. Infatti, nonostante una percentuale che supera la metà del campione (57%) non creda di lavorare più del proprio capo, solo il 26% degli intervistati considera commisurato ai risultati ottenuti il compenso destinato al proprio responsabile. Sempre secondo i risultati del sondaggio, inoltre, ben il 38% dei lavoratori italiani non reputa i propri superiori in grado di assolvere, in caso di necessità, ai compiti delle persone che coordinano. Una percentuale alta che, però, è comunque inferiore al numero di lavoratori (44%) che si dichiarano certi del contrario.
È curioso osservare come esistano notevoli differenze tra Paese e Paese circa il numero di dipendenti che riconosce ai superiori le competenze per ricoprire anche posizioni operative: mentre in Giappone (41%), Francia (35%) e Finlandia (26%) i valori sono relativamente bassi, in Indonesia (70%), India (68%) e Thailandia (a pari merito con il Messico con il 65%) si registrano percentuali nettamente maggiori.
Una spaccatura nelle opinioni del campione che si incontra anche quando viene chiesto quanto i manager siano in grado di spingere i lavoratori a migliorare le proprie performance. Per quanto riguarda il nostro Paese, per esempio, nonostante la percentuale (45%) degli intervistati che riconosce ai propri superiori la “dote del buon motivatore” sia alta in termini assoluti, nella classifica elaborata sulla base dei risultati del Kelly Global Workforce Index l’Italia occupa gli ultimi posti, in “compagnia” di Svizzera, Danimarca (entrambi 44%), Germania e Giappone (41%). Diametralmente opposto il parere riscontrato in India (77%), Indonesia (73%) e Messico (66%).
“Con il Kelly Global Workforce Index abbiamo registrato alcuni trend che sono indipendenti dall’attuale quadro economico internazionale, poiché le interviste sono state effettuate pre-crisi finanziaria – dichiara Stefano Giorgetti, Direttore Generale di Kelly Services in Italia-. Dal nostro punto di vista, i dati che abbiamo raccolto suggeriscono la necessità di implementare le attività formative volte a sviluppare non solo skill di tipo operativo ma anche e soprattutto competenze legate alla comunicazione interpersonale e alla gestione e valorizzazione delle risorse umane. Il nostro compito, in quanto provider di soluzioni per le risorse umane, è proprio quello di formare per i nostri clienti dei professionisti competenti in grado di rispondere alle richieste dal mercato del lavoro”.
A livello globale il sondaggio rileva comunque una buona uniformità di giudizio tra i lavoratori di tutto mondo chiamati a “stilare la pagella” dei propri superiori con ben il 26% del campione pronto a “giurare” che lavora più duramente del proprio “capo”. Particolarmente critico il gentil sesso che, in generale, manifesta minore clemenza rispetto ai colleghi uomini. Il 36% della popolazione femminile accusa, infatti, i superiori di non essere a conoscenza del lavoro svolto dai collaboratori, mentre i colleghi maschi che sposano questa tesi sono una percentuale significativamente minore (29%).Più agguerrite le donne di età compresa tra 25 e 34 anni che, interpellate sull’equità degli stipendi dei manager, denunciano (41%) un forte scollamento tra compenso percepito e i risultati raggiunti.
I risultati dell'indagine sono stati elaborati sotto la guida di Ian Nivison-Smith BSc, MappStat, Manager di Statistics Workshop, istituto di studi statistici di Sydney.
Milano, Febbraio 2009

