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II parte del sondaggio: “Kelly Global Workforce Index”

"Gli italiani al lavoro?

Globe trotter, ma non pendolari."

 

Kelly Services, multinazionale americana fondata nel 1946 a Detroit, è specializzata nel settore delle risorse umane ed opera in 37 paesi del mondo tra cui l’Italia. In seguito ai notevoli riscontri ottenuti negli anni passati, Kelly Services ha proseguito il progetto “Kelly Global Workforce Index” conducendo una nuova indagine internazionale dedicata alle opinioni dei lavoratori sul mondo del lavoro.

Il nuovo progetto ha coinvolto i 33 paesi del mondo in cui è presente Kelly Services dando voce a più di 115.000 lavoratori, di cui 17.000 in Italia. Ancora una volta ad essere presi in esame sono stati i principali temi di attualità legati all’attuale mondo del lavoro, quali il processo di ricerca di un lavoro, la possibilità di un cambiamento di lavoro, la formazione, il rapporto tra salute e lavoro, la pensione ed il giudizio dei lavoratori sul Management.

La seconda parte del nuovo sondaggio “Kelly Global Workforce Index” ha analizzato le tematiche relative al cambiamento di lavoro.

Italiani disponibilissimi a valutare opportunità lavorative in altre città (81%) o Paesi stranieri (67%) e pronti a cambiare anche radicalmente lingua ed abitudini. Molto poco propensi, invece, a lunghi trasferimenti quotidiani: solo l’8% accetterebbe percorsi oltre i 60 minuti.

Secondo quanto emerso dalla ricerca, l’atteggiamento dei lavoratori verso il pendolarismo non è uniforme. Se ovunque è auspicata una certa prossimità tra ufficio e luogo di residenza, il livello di insofferenza verso la necessità di lunghi spostamenti per raggiungere il proprio posto di lavoro varia sensibilmente da Paese a Paese. In Belgio, per esempio, ben il 23% degli intervistati ha dichiarato di essere disposto ad affrontare spostamenti di oltre un’ora per raggiungere l’ufficio, mentre in Italia solo l’8% del campione accetterebbe tratte quotidiane che superano i 60 minuti.

Venendo ai dati della ricerca globale, a sorpresa, la disponibilità a cambiare città o Paese per ricoprire una posizione lavorativa più ambita, diviene per i lavoratori del nuovo millennio quasi una necessità. Infatti, nonostante il 57% degli intervistati si auguri di continuare a vivere e lavorare nella stessa città fino alla pensione, ben il 75% delle persone coinvolte nel sondaggio valuterebbe la possibilità di spostarsi per intraprendere una nuova esperienza professionale, e il 59% addirittura di emigrare all’estero. Tendenza questa, ulteriormente avvalorata dall’alta percentuale di intervistati che affermano di aver già cambiato città (42%) e Paese (21%).

La ricerca ha inoltre evidenziato quali siano i principali fattori che ostacolano il trasferimento. Secondo la classifica stilata da Kelly Services al primo posto compare la famiglia (dato globale 62% e dato Italia 60%), da cui in pochi sono disposti ad allontanarsi, seguita dalle difficoltà legate alle barriere linguistiche (dato globale 37% e dato Italia 21%,), da problemi legati al possesso di immobili (dato globale 20% dato Italia 19%) e a particolari regimi fiscali (dato globale 12% e dato Italia 4%). Il 5% degli italiani dichiara, infine, la propria perplessità a spostarsi per timore di perdere i diritti pensionistici maturati nel corso della carriera mentre su scala internazionale questo tipo di preoccupazione incide per il 10% degli intervistati.

Stefano Giorgetti, Direttore Generale di Kelly Services Italia, commenta:Negli ultimi decenni, il mercato del lavoro è stato protagonista di profondi cambiamenti. Il fenomeno della globalizzazione ha portato, tra le tante conseguenze, anche alla nascita di una “nuova generazione di lavoratori” per cui il concetto di confine e il sentimento di “radicamento territoriale” hanno perso valore. Basti pensare che in Italia, Paese celebre per il campanilismo dei suoi abitanti, circa 4 intervistati su 5 sarebbero disposti a cambiare città per lavoro e oltre 2/3 del campione auspica un trasferimento all’estero. Tra le tante implicazioni della globalizzazione delle human capital, - continua Stefano Giorgetti – si deve considerare l’influsso positivo sull’economia dei Paesi in cui il fenomeno è più accentuato, che si caratterizza per maggiore dinamismo e produttività. Per le aziende infatti, la mobilità delle risorse umane, significa soprattutto la possibilità di accedere alle migliori risorse presenti sul mercato indipendentemente dalla localizzazione geografica delle stesse.”

 

Milano, 8 Aprile 2008

KGWI 2008

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