V parte del sondaggio: “Kelly Global Workforce Index”
Lavorare stanca...ma non gli italiani!
Kelly Services, multinazionale americana fondata nel 1946 a Detroit, è specializzata nel settore delle risorse umane ed opera in 37 paesi del mondo tra cui l’Italia. In seguito ai notevoli riscontri ottenuti negli anni passati, Kelly Services ha proseguito il progetto “Kelly Global Workforce Index” conducendo una nuova indagine internazionale dedicata alle opinioni dei lavoratori sul mondo del lavoro.
Il nuovo progetto ha coinvolto 33 dei paesi del mondo in cui è presente Kelly Services dando voce a più di 115.000 lavoratori, di cui 17.000 in Italia. Ancora una volta ad essere presi in esame sono stati i principali temi di attualità legati all’attuale mondo del lavoro, quali il processo di ricerca di un lavoro, la possibilità di un cambiamento di lavoro, la formazione, il rapporto tra salute e lavoro, la pensione ed il giudizio dei lavoratori sul Management.
La quinta parte del nuovo sondaggio “Kelly Global Workforce Index” ha analizzato l'atteggiamento dei lavoratori verso la pensione.
Cinque italiani su dieci affermano di non aver intenzione di andare in pensione prima dei 65 anni, ma solo l’11% pensa che potrà godere di un reddito da previdenza in grado di garantire una vecchiaia senza pensieri. Basso anche il numero degli intervistati (solo il 16%) che, grazie ai risparmi accantonati nel corso della carriera, crede che potrà mantenere anche da pensionato il proprio attuale tenore di vita. Al primo posto della hit list dei più preoccupati per le condizioni economiche dopo il ritiro dall’attività lavorativa i valdostani, che nel 60% dei casi credono di non disporre di sufficienti risparmi, seguiti dai sardi (56%) e, a sorpresa, dagli abitanti del Friuli Venezia Giulia (52%).
Approfondendo i risultati della ricerca esiste, a livello globale, una larga maggioranza della popolazione attiva convinta che, una volta raggiunta l’età pensionabile, non smetterà completamente di lavorare. In molti dichiarano, infatti, la volontà di proseguire nella propria professione ma con tipologie contrattuali diverse da quelle che definivano i rapporti con il datore prima di aver maturato i diritti pensionistici: il 21% auspica un contratto part-time a tempo indeterminato (17% dato Italia), il 17% vorrebbe operare in qualità di consulente (14% dato Italia) e il 20% (14% dato Italia) pensa addirittura a un futuro da neo-imprenditore. Dati, questi, che sono certamente influenzati dall’allungamento dell’aspettativa media di vita delle persone, ma che rivelano anche come le aziende, preoccupate per la scarsa reperibilità di lavoratori specializzati, cerchino di prolungare i rapporti di collaborazione con i propri dipendenti in modo da non perdere quel patrimonio conoscitivo non codificabile, e quindi difficilmente trasferibile, rappresentato dal know-how individuale.
“L'indagine mette in evidenza come i profondi cambiamenti che stanno interessando il contesto socio-economico influiscano in modo consistente anche sulle dinamiche che determinano il mercato del lavoro – dichiara Stefano Giorgetti, Direttore Generale di Kelly Services – La forte spinta competitiva che deriva dall’incalzante sviluppo delle economie emergenti ha, infatti, imposto il capitale umano come una delle più importanti risorse strategiche delle aziende. Oggi non è più sufficiente che un’impresa sviluppi e implementi la propria capacità attrattiva su nuovi lavoratori, ma è necessario che non perda le competenze già presenti all’interno della propria organizzazione, perché queste risorse sono fondamentali per l’avviamento dei cosiddetti talenti. Di qui la scelta, in molti casi corretta, di trattenere lavoratori che, dopo essere andati in pensione, continuano a svolgere la propria professione in qualità di consulenti full time o part-time”.
L’Italia detiene, insieme agli Stati Uniti, la percentuale più alta di lavoratori (50%) che dichiarano l’intenzione di proseguire la propria carriera anche dopo il compimento del 65° anno di età, superando di 26 punti percentuali la media globale che si attesta a quota 34%. Sardegna (66%), Basilicata (63%) e Valle D’Aosta, a pari merito con il Trentino (60%), sono le regioni in cui si concentra il maggior numero di lavoratori che intendono posticipare a oltre i 65 anni la data del proprio pensionamento. Fanalino di coda, a sorpresa, la Lombardia (46%).
Tra le ragioni che spingono i lavoratori, aventi diritto alla pensione, a rimanere impiegati presso la propria azienda non ci sarebbero solo motivi economici (dato globale 26%, dato Italia 30%) ma anche la volontà di mantenersi attivi (54% dato globale e 50% dato Italia) e il senso di lealtà verso il proprio principale (18% dato globale e Italia). Un aspetto, quello appena citato, che guida in particolare le scelte di marchigiani (23%), abruzzesi (22%) e campani (21%) e che non è azzardato mettere in relazione con l’alta percentuale (45% dato Italia) di lavoratori che temono di incontrare difficoltà a ricollocarsi sul mercato del lavoro, dopo esserne usciti da pensionati.
I risultati della ricerca sembrano, infine, sfatare il luogo comune secondo il quale il passo successivo alla pensione sarebbe il trasferimento in una città diversa da quella in cui si è vissuti da professionisti: ben il 40% degli italiani (39% dato globale) dichiara, infatti, di essere del tutto disinteressato a cambiamenti di residenza, mentre solo il 12% (13% dato globale) esprime il desiderio di cambiare città, e la percentuale scende ancora (10% dato Italia e 9% dato globale) quando vengono presi in considerazione i trasferimenti all’estero. In conclusione, una curiosità. Sono tutte affacciate sul mare le cinque regioni -Friuli Venezia Giulia (49%), Liguria (47%), Sicilia (46%) e, a pari merito, Veneto e Campania (45%)- nelle quali più frequentemente i lavoratori dichiarano di voler rimanere, anche dopo aver cessato la propria attività lavorativa.
Milano, Ottobre 2008

